I “no”, le regole, le opposizioni. L’importanza del ruolo genitoriale nel mediare l’incontro dei bambini con il mondo

L’idea delle regole da dare ai propri bambini si è modificata radicalmente nel corso degli anni. In passato era consuetudine sovrapporre il concetto di regola a quello di punizione, come se fosse la conseguenza più giusta rispetto ad un comportamento non corretto da parte del bambino. Inoltre, “il genitore di ieri” era propenso a pensare che i limiti ed i paletti da dare ai propri figli dovessero essere  imposti dall’alto, senza alcuna condivisione con i propri figli. Oggi fortunatamente le cose sono molto cambiate, il papà e la mamma sono più attenti ai bisogni dei propri figli ed hanno anche  strumenti maggiori per approcciarsi ai loro bambini in modo condiviso.

Studi psicologici hanno dimostrato l’importanza di una DISTINZIONE tra REGOLA e PUNIZIONE.

Le regole sono fondamentali per un sano sviluppo evolutivo dei bambini, in quanto sono delle linee di confine che permettono loro di capire ciò che è giusto e ciò che è sbagliato. Sono importanti e funzionali per strutturare un’immagine sociale interna al bambino che sarà così in grado di affacciarsi al mondo con comportamenti positivi e non devianti.

Le punizioni, che io preferisco chiamare conseguenze, possono essere degli strumenti utili, ma vanno impiegate nel modo corretto e nei tempi appropriati. Inoltre, bisogna tener presente che nella primissima età del bambino, non solo risultano inefficaci ma possono essere anche deleterie, in quanto frustrano il bambino, che ancora non ha la capacità di capirle, e possono provocare in lui risposte di paura o di aggressività.

 

Come devono essere le regole?

  1. 1.  chiare: è fondamentale spiegare al bambino il motivo per cui gli si dice “NO” in modo da fargli capire cosa non và nel suo comportamento, facendo attenzione, a non dare troppe informazioni per evitare che il piccolo vada in confusione.

2    adeguate alle competenze del bambino: dare un compito troppo difficile avrà come conseguenza la frustrazione del bambino che si sentirà incapace di rispettare la regola, e farà sentire arrabbiati i genitori. E’ importante quindi, domandarsi se le richieste fatte al proprio figlio siano in linea con le sue competenze acquisite.

3    concrete e non astratte: condividere lo stesso linguaggio. Dire ad un bambino di “essere bravo” non ha nessun significato per lui, perché la comunicazione è ad un livello troppo astratto che non riesce a comprendere. E’ meglio specificare il comportamento che ci si aspetta da lui, in modo che lo possa agire e quindi essere ubbidiente.

4    date al momento giusto:è funzionale trovare un momento e uno spazio specifico per la scelta e la condivisione delle regole, in modo tale che il bambino presti la massima attenzione e non si distragga con altre attività. Interrompere un gioco che sta svolgendo per dare delle regole provocherebbe, invece, una reazione di disattenzione e demotivazione.

5    coerenti: la comunicazione verbale deve essere coerente con quella non verbale per non far passare un messaggio confusivo che mette il bambino in difficoltà, in quanto non sa se quello che sta facendo è un comportamento accettato o meno. Quindi, il richiamo alla regola deve essere fatto dal genitore in modo fermo ed autorevole, senza sorridere o utilizzando l’ironia.

6    coerenti con il comportamento dell’adulto: il modo migliore per far seguire le regole ai propri figli è dare l’esempio con il proprio comportamento. Se il bambino vede una coerenza tra le regole della casa e il comportamento genitoriale, sarà più facile per lui seguirle. Diversamente, se ad esempio il genitore dice che non si mangia sul divano davanti alla tv, ma poi è il primo a farlo, difficilmente il figlio riuscirà a seguire questa regola.

Inoltre i genitori devono essere preparati ad una divergenza di opinioni, ossia al fatto che i propri figli non accettino alcune regole. Per questo motivo è importante aprirsi al dialogo ed ascoltare le motivazioni dei propri figli e ove possibile raggiungere un compromesso. E’ fondamentale, quindi, decidere insieme ai propri bambini le regole da seguire e rispettare. Ugualmente importante è stabilire insieme a loro le conseguenze, che aiutano i bambini a costruirsi un senso di responsabilità. Infatti, se li si rende partecipi delle decisioni invece di imporle, i bambini si sentiranno più responsabili e quindi più propensi a mantenere le promesse, perché si sentiranno soggetti attivi nel processo decisionale.

Le conseguenze possono essere di due tipi: naturali e sociali.

Le conseguenze naturali rientrano nell’ambito della praticità. Ad esempio, se un bambino lascia in disordine i giochi nella stanza, la conseguenza naturale sarà che poi non riuscirà a trovare quello che gli interessa.

le conseguenze sociali rientrano invece nella sfera della buona condotta. In questo caso, se il bambino agisce in modo scorretto dovrà poi fare i conti con le decisioni prese dai genitori o dagli insegnanti. Ad esempio, se rompe un gioco saprà che dovrà contribuire simbolicamente a ricomprarlo.

Come ho detto precedentemente le conseguenze possono diventare un aiuto prezioso ai genitori per far rispettare le regole e sono fondamentali per guidare il comportamento del bambino verso l’autonomia, ma è importante che:

–      siano di breve durata e avvenire in tempi rapidi per mantenere il loro significato (se la conseguenza di un comportamento scorretto del bambino non avviene subito dopo il suo agito, perde di significato e se si protrae troppo nel tempo il messaggio che passa è un attacco alla sua persona anziché al suo comportamento).

–      collegate al problema originale e sicure per il bambino (ad esempio se il bambino versa l’acqua per terra, è funzionale farlo aiutare a pulire piuttosto che sculacciarlo).

Una tecnica molto usata  è quella di “mettere a pensare” i bambini.

Questo metodo non è utile ne consigliato con bambini di età inferiore ai tre anni, mentre è molto funzionale dai tre anni in su, in quanto abitua il bambino a riflettere sul proprio comportamento, lo allontana da una situazione esplosiva, sia per proteggere lui che altri bambini e aiuta i genitori ad uscire da una situazione particolarmente stressante. Un piccolo momento di separazione può evitare che si perda il controllo, ed è utile per mettere una distanza tra sé e un’emozione che può prendere il sopravvento.

L’importante è che l’allontanamento temporaneo del bambino abbia una breve durata (pochi minuti), venga fatto nella stessa stanza o in una stanza vicina (in modo da non farlo sentire abbandonato ed isolato) ma è necessario anche  prestare attenzione a come reagiscono i bambini a questa modalità. Infatti alcuni, particolarmente sensibili , potrebbero vivere l’esperienza in modo traumatico o con paura, altri viverla come una punizione, non permettendosi,quindi, di pensare all’accaduto.

 

Le regole sono uguali per tutti o ogni età ha le sue regole?

Questa domanda mi viene fatta spesso e la mia risposta è che le regole non possono essere universali e rigide in quanto ogni fase dello sviluppo del bambino porta con sé un bagaglio di esperienze nuove e delle competenze acquisite. Quindi è molto importante tener presente l’età dei propri figli quando si stabiliscono delle norme da seguire.

Ogni età ha le sue regole:

–      da 0 a 1 anno non si danno regole ma è fondamentale prendersi cura del proprio bambino accudendolo e proteggendolo. A questa età è molto importante porsi in ascolto rispondendo al richiamo del bambino senza aver paura di “viziarlo”. In questa fase le coccole, l’alimentazione e l’abbigliamento sono vitali per il neonato che si deve sentire protetto ogni qual volta ne ha bisogno.

 

–      da 1 a 3 anni i bambini ancora non hanno le competenze per capire il senso della punizione e potrebbero reagire con paura o sfida. Nel caso in cui il bambino agisca un comportamento non appropriato è opportuno quindi, fermarsi a parlare con lui con fermezza e dolcezza e proporgli un’attività alternativa, motivando il “blocco”. Le armi migliori a disposizione dei genitori in questa delicata fase dello sviluppo sono la pazienza e la gratificazione.

 

–      da 3 a 5 anni i bambini mettono a dura prova i genitori, in quanto si cominciano a percepire come entità diverse da loro e quindi si oppongono facendo i capricci. E’ importante perciò la coerenza. Se si dice NO al proprio figlio deve rimanere tale. Le conseguenze devono essere immediate ma non a lungo termine e le richieste vanno fatte motivandolo all’azione ed elogiando le condotte positive.

 

–      da 5 a 12 anni i bambini cominciano a sviluppare il senso di responsabilità e autodisciplina. E’ in questa fase che è importante coinvolgerli nella definizione delle regole e delle conseguenze di un’azione. Molto funzionale è la coerenza e la costanza del comportamento dei genitori e l’utilizzo del time-out (tecnica di “mettere a pensare”).

 

Ma cosa succede quando il bambino fa comunque i capricci? Da dove arrivano e cosa significano?

Attraverso il comportamento i bambini ci dicono cosa provano.

I bambini provano tutte le emozioni in modo molto forte e contrastante. Passano dalla gioia alla rabbia in pochissimo tempo e spesso non sanno definire quello che provano. Inoltre, spesso non sanno se le “emozioni brutte” (rabbia, odio, dolore) possono essere manifestate o accettate dagli adulti, e tendono a nasconderle. Il ruolo dei genitori, in questo caso, è rilevante in quanto possono far capire ai propri bambini che non esistono emozioni belle o brutte, ma che tutte nascono da una motivazione e possono essere accolte. Spesso i bambini capricciosi stanno cercando un modo per capire cosa stanno provando, chiedono aiuto per essere tolti da sentimenti contrastanti che non riescono a definire. In questo caso i genitori possono approcciarsi ai bambini cominciando  per primi ad esprimere le proprie emozioni, in modo da concedere ai figli la possibilità di parlare dei loro stati d’animo e creare uno spazio per i sentimenti.

Un compito degli adulti (genitori, insegnanti, esperti) è quello di accompagnare  i bambini in un percorso di socializzazione emotiva, che prevede il riconoscimento di diversi stati d’animo.

La capacità di base di riconoscere le proprie emozioni e quelle altrui e la successiva capacità di gestirle e controllarle, sono i presupposti per lo sviluppo dell’intelligenza emotiva.

 

Altre volte i capricci nascono da una richiesta di attenzione spesso associata ad un momento di cambiamento: la nascita del fratellino, che fa sentire il bambino messo da parte; l’inserimento a scuola, che prevede l’entrata in un ambiente nuovo; un genitore distratto o poco attento, con il quale il bambino preferisce essere visto in modo negativo piuttosto di sentirsi invisibile; il cambio di un’insegnante a scuola, che spesso provoca un disagio perché il bambino non ha più il suo punto di riferimento scolastico; una situazione conflittuale nella coppia genitoriale, che non sa gestire e nella quale il bambino si sente messo in mezzo.

Le motivazioni che stanno dietro al capriccio possono essere molteplici, e la cosa migliore che un genitore può fare di fronte a questi comportamenti è chiedersi: perché lo fa?

La mamma e il papà devono mettersi in ascolto attivo verso il proprio figlio e partire dal presupposto che non ci sono cose che non si possono dire o argomenti di cui non si può parlare. I bambini sono recettori sensibilissimi e colgono tutte le sfumature emotive, anche se non riescono a dargli un nome. Per questo motivo è meglio parlare con loro anche delle nostre emozioni piuttosto che tenerli all’oscuro e lasciarli liberi di immaginare una realtà molto più grave di quella concreta.

 

 

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